Non si può non partire dalla storia delle cose create dai grandi maestri che ci hanno preceduto. Bisogna lavorare sulla base di una conoscenza profonda dell’eredità artistica ricevuta
Mimmo Jodice
Questo mese, per la rubrica “Personaggio del mese”, rendiamo omaggio a Mimmo Jodice, maestro della fotografia contemporanea italiana e autore profondamente legato all’identità culturale di Napoli e al patrimonio del Museo e Real Bosco di Capodimonte.
Nato nel 1934 nel rione Sanità, Jodice cresce in una città segnata dalle trasformazioni del dopoguerra. Secondo di quattro figli e orfano di padre in giovane età, inizia presto a lavorare, avvicinandosi da autodidatta, alla fine degli anni Cinquanta, al linguaggio fotografico. Fin dagli esordi, la sua ricerca si distingue per una tensione costante tra memoria, spazio urbano e identità, elementi che diventeranno cifra distintiva della sua opera.
Negli anni Sessanta frequenta l’Accademia di Belle Arti di Napoli e nel 1967 tiene la sua prima esposizione presso la libreria “La Mandragola”, mentre una sua fotografia viene pubblicata su Popular Photography. È l’inizio di un percorso che lo vedrà presto intrecciare relazioni con protagonisti della scena artistica internazionale, anche grazie alla collaborazione con il gallerista Lucio Amelio.
Il lavoro di Jodice si sviluppa inizialmente in dialogo con la realtà sociale e antropologica del territorio. Emblematico è il volume Chi è devoto: Feste popolari in Campania (1974), realizzato con Roberto De Simone, così come la mostra Il ventre del colera, ispirata dalla drammatica epidemia che colpì Napoli nel 1971.
Parallelamente, la sua attività didattica all’Accademia di Belle Arti – dove insegnerà Fotografia dal 1975 al 1994 – contribuisce a formare generazioni di artisti, consolidando il suo ruolo di riferimento nel panorama culturale napoletano.
Con il tempo, la sua ricerca si orienta verso una dimensione più intima e sospesa. Le sue immagini di Napoli si svuotano della presenza umana e si caricano di silenzio, trasformandosi in visioni metafisiche, attraversate dalla memoria e dal tempo. Opere come Vedute di Napoli segnano questo passaggio verso una fotografia capace di raccontare l’invisibile.
Negli anni Ottanta, insieme a Cesare De Seta, promuove un importante ciclo di mostre dedicate alla città, dando vita a un confronto internazionale sul racconto visivo di Napoli. Da quel momento, la sua ricerca si muove lungo due direttrici: da un lato la città rarefatta, quasi irreale; dall’altro il Mediterraneo come spazio culturale in cui si riflettono le tracce del passato.
Profondo è anche il suo legame con il patrimonio storico. Nel 2008, per il cinquantesimo anniversario della riapertura del Museo e Real Bosco di Capodimonte, realizza Transiti, un intenso dialogo tra volti contemporanei e ritratti antichi, in un continuo attraversamento tra epoche e identità.
Nel corso della sua carriera riceve numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Feltrinelli nel 2003, primo fotografo a ottenerlo, e due lauree honoris causa, conferite dalla Federico II e dall’Università della Svizzera italiana. Nel 2016 il Museo MADRE gli dedica una grande retrospettiva.
Dopo la sua scomparsa, il 28 ottobre 2025, Capodimonte ne ha celebrato la memoria con una mostra dedicata, ponendo le basi per la futura Casa della Fotografia “Mimmo Jodice”, che custodirà il suo archivio, la camera oscura e una parte significativa della sua eredità artistica.
Lo sguardo di Mimmo Jodice continua oggi ad accompagnarci: uno sguardo capace di trasformare Napoli in luogo della memoria e dell’anima, sospeso tra storia e visione.