Basta ch’Ammore/ ride e se spassa./ Scétate, scétate,/ scétate, scétate,/ scetavajasse.
Tammurriata Americana.
Musica di Ernesto Tagliaferri, testo di Libero Bovio, 1934
Napoli è una città storicamente legata alla ricorrenza del Carnevale, soprattutto attraverso il filo della musica. Da sempre, infatti, nella città partenopea la ricorrenza delle maschere è fastosamente celebrata con spettacoli e cortei coloratissimi, sempre, immancabilmente accompagnati dalla musica.
La tradizione napoletana custodisce e tramanda l’uso di strumenti musicali tipici in occasione dei festeggiamenti carnevaleschi, la cui fama, nei secoli, ha travalicato i confini della città, divenendo parte integrante della sua immagine folkloristica nel mondo.
In questo senso, emblema di potenza simbolica è sicuramente la Tammorra. Strumento che accompagna spesso feste religiose e danze popolari, la tammorra è un grande tamburo composto da una cornice di legno e una pelle animale tesa, spesso dotato di cimbali metallici inseriti lungo il bordo. Il suo utilizzo è legato ad antichi riti propiziatori di fertilità, ancora vivi nello spirito della tradizione napoletana.
Come la Tammorra anche il Putipù è utilizzato in gran parte dell’Italia meridionale, noto anche con i nomi, tra i tanti, di Caccavella o Pignato. È una sorta di tamburo “a frizione”, composto anch’esso da una membrana in pelle animale o in tela grossa, posto sopra ad una camera di risonanza, in legno o in latta. Inserita all’interno di questa, attraverso la tela del tamburo, c’è una canna, di solito in bambù, che frizionata con un movimento verso il basso produce un suono dalla tonalità bassa. Lo si ritrova spesso nelle raffigurazioni di Pulcinella.
Lo strumento conosciuto come ‘o Scetavajasse è, invece, formato da due bastoncini di legno: il più lungo è dentellato e dotato di piattini di latta; l’altro è più piccolo e liscio. Lo sfregamento del bastoncino piccolo lungo la dentellatura dell’altro produce il forte scampanio che ha dato il nome allo strumento, letteralmente “sveglia vajasse” (termine che può identificare una domestica o anche una donna volgare)
‘O triccheballacche è uno strumento più articolato: formato da tre aste di legno parallele tra loro, all’ estremità di ognuna presenta un cilindro di legno simile ad un martelletto, sul quale, a volte è presente un sonaglio o un campanellino. Le estremità dei bastoni sono fissate ad una base, mentre, più in alto, si trova un telaio. I due martelletti esterni, mossi dal musicista, battono su quello centrale, fisso.
I suoni di questa strumentazione, divenuti “marchio musicale” riconosciuto in tutto il mondo, che alimenta il fascino che da sempre Napoli esprime con le sue storie vive, durante il regno borbonico sono passati alla storia anche come sottofondo sonoro degli “assalti” che il popolo napoletano compieva al passaggio dei Carri della Cuccagna, saccheggiandoli e dando vita ad alcuni dei momenti più alti nella storia del Carnevale della città.