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Ercolano, laboratorio della moderna archeologia

“L’archeologia è l’arte di dare un volto a uno scheletro, un luogo a un oggetto e l’eternità alla polvere.”


FABRIZIO CARAMAGNA

La storia dell’archeologia nel XVIII secolo compie importanti progressi evolvendo da ricerca antiquaria nel Rinascimento a disciplina scientifica, grazie al contributo di personaggi come il Johann Joachim Winckelmann e gli scavi sistematici di Ercolano e Pompei.   

La riscoperta archeologica di Ercolano ha una storia lunga e articolata, che parte da un evento fortuito. Pare, infatti, che nel 1709, il contadino Ambrogio Nocerino, detto Enzechetta, durante lo scavo di ampliamento di un pozzo per l’irrigazione del suo orto, si imbatté in alcuni pezzi di marmo pregiato. Un artigiano al servizio del principe Emanuele Maurizio d’Elboeuf, passando in quei luoghi li avrebbe notati, e avrebbe deciso di acquistarne alcuni.

Il nobile, venuto a conoscenza dei ritrovamenti, acquistò il pozzo, e cominciò una campagna di scavi in proprio, durata nove mesi, riportando alla luce numerosi manufatti con i quali abbellì la Villa costruita a Portici al porto del Granatello. Per tale motivo è ricordato come iniziatore degli scavi archeologici di Ercolano.

Tuttavia, è nel 1738, per volere di re Carlo di Borbone, che si diede inizio alle prime esplorazioni sistematiche del sottosuolo ercolanese. I lavori furono affidati all’ingegnere e archeologo spagnolo Rocco Joaquín de Alcubierre che in questa prima fase degli scavi adottò la tecnica dei cunicoli sotterranei e dei pozzi di discesa e di areazione, che permettevano di superare i circa 20m di interro vulcanico per raggiungere il piano dell’antica città. La durezza del fango vulcanico e la difficoltà di scavare gallerie sotterranee fecero abbandonare dopo pochi decenni l’impresa.

Dopo brevi periodi di scavi a cielo aperto emerse la particolare dinamica del seppellimento di Ercolano, che nel 79 d.C. fu sommersa da flussi piroclastici solidificatisi per un’altezza media di circa 16 metri. Ciò ha determinato un fenomeno di conservazione assolutamente originale e privo di confronti a Pompei, restituendoci una “istantanea” della vita romana del I secolo d.C., attraverso non solo le strutture edilizie (soprattutto i piani superiori delle case e il legno) ma anche i reperti organici e umani come gli scheletri, oggetti personali e cibo.

L’impresa archeologica di Ercolano oltre ad attirare l’interesse l’attenzione dell’intera Europa del tempo, espose la corte borbonica anche a non poche critiche per il metodo con il quale furono condotte le prime operazioni.

Alcubierre, infatti, procedeva senza un reale criterio, in gallerie di tipo minerario, interrando gli ambienti già esplorati con la terra estratta da quelli in fase di scavo (metodo del “cava e metti”), cagionando gravi danni alle antichità. Un’altra pratica oggetto di critica fu quella di passare da una stanza all’altra sfondando la parete, senza curarsi delle decorazioni che verosimilmente avrebbero potuto trovarsi sul lato opposto.

Ma è indubbio che le vicende degli scavi ercolanesi hanno contribuito al progressivo costituirsi e configurarsi di una tecnica e di un metodo di lavoro scientifico che non poteva attingere a nessuna analoga esperienza precedente.

Rivoluzionando il metodo di Alcubierre, l’archeologo Karl Jakob Weber inaugurò il metodo delle gallerie sotterranee sistematiche segnando il passaggio da scavi casuali a indagini scientifiche, che avrebbe poi condotto all’elaborazione del moderno metodo stratigrafico, perfezionato tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 da Mortimer Wheeler, formalizzato nel 1970 dall’archeologo inglese Edward Harris e divenuto oggi il metodo predominante.

Le moderne tecniche di scavo a Ercolano, infatti, abbandonano i precedenti metodi di scavo e si concentrano su metodi non invasivi e digitali, sfruttando tecnologie come il LiFi e Beacon per la fruizione e la mappatura 3D, oltre a scansioni laser per la documentazione scientifica, con l’obiettivo di preservare il sito e migliorarne la conoscenza, integrando le tecniche tradizionali di scavo stratigrafico con la conservazione digitale, per un’analisi più completa e meno impattante.

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