È proibito asportare fuori dai Nostri Reali Domini ogni oggetto di antichità o di arte, ancorché di proprietà privata. Ci riserbiamo di accordare il permesso di asportazione soltanto per quei tra detti oggetti che non siano di pregio distinto, e la cui mancanza non rechi danno alla Storia, all’Archeologia ed alle Belle Arti
re Ferdinando I di Borbone (Art. 3, Decreto 13 maggio 1822)
In occasione delle Giornate Europee dell’Archeologia (12-14 giugno), ripercorriamo una delle pagine più significative della storia culturale del Regno delle Due Sicilie: il rapporto tra la dinastia borbonica e la tutela del patrimonio archeologico dell’Italia meridionale che, tra il XVIII e il XIX secolo, contribuì a cambiare per sempre la conoscenza del mondo antico.
Fu nel 1738, sotto il regno di Carlo di Borbone, che ebbero inizio i primi grandi scavi sistematici nell’area vesuviana. Dalle profondità della terra riemersero progressivamente Ercolano, Pompei e, successivamente, Stabia: città rimaste sepolte dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e conservatesi per secoli come in uno straordinario scrigno del tempo.
Le scoperte suscitarono immediatamente l’interesse dell’Europa intera. Napoli divenne una delle principali mete culturali del continente e una tappa imprescindibile del Grand Tour, il viaggio formativo che giovani aristocratici, artisti e studiosi intraprendevano per completare la propria educazione.
Tra coloro che visitarono il Regno vi furono Johann Wolfgang Goethe, Wolfgang Amadeus Mozart e numerosi sovrani e diplomatici europei, contribuendo a diffondere nel mondo il fascino delle città vesuviane.
L’impatto culturale di quelle scoperte fu enorme. Fino ad allora il mondo conosceva l’antichità soprattutto attraverso i monumenti di Roma, spesso trasformati dal tempo e dalle vicende storiche.
Ercolano e Pompei offrirono, invece, agli studiosi una testimonianza diretta della vita quotidiana del mondo romano. Grazie a questi ritrovamenti, studiosi come Johann Joachim Winckelmann poterono sviluppare nuovi metodi di studio e interpretazione delle opere antiche, ponendo le basi della moderna archeologia e della storia dell’arte.
Consapevole dell’importanza delle scoperte, Carlo di Borbone istituì nel 1755 la Reale Accademia Ercolanese, incaricata di studiare, catalogare e pubblicare i reperti provenienti dagli scavi.
Nello stesso anno il sovrano avviò un percorso legislativo innovativo che portò all’emanazione delle Prammatiche LVII e LVIII, considerate tra i primi provvedimenti organici europei dedicati alla tutela del patrimonio archeologico.
Si trattò di una svolta epocale. Fino ad allora le antichità rinvenute nel sottosuolo erano generalmente considerate proprietà dei possessori dei terreni o merce destinata al mercato antiquario internazionale. Le nuove norme stabilivano, invece, che i reperti appartenessero allo Stato e che non potessero essere esportati senza autorizzazione.
L’obiettivo era duplice: contrastare la dispersione delle testimonianze storiche del Regno e garantire che le scoperte archeologiche potessero essere studiate e conservate a beneficio della collettività. Un principio che oggi appare naturale, ma che nel Settecento rappresentava una concezione profondamente innovativa del patrimonio culturale.
Per rafforzare l’efficacia delle disposizioni, nel 1766 il marchese Bernardo Tanucci emanò la Prammatica LIX, che riproponeva integralmente le norme precedenti e limitava la possibilità di invocare la buona fede in caso di violazione della legge.
L’attenzione dei Borbone verso la tutela delle antichità proseguì anche nei decenni successivi. Nel 1822 Ferdinando I delle Due Sicilie istituì la Commissione di Antichità e Belle Arti, incaricata di censire e catalogare i beni culturali del Regno, vigilare sulla loro conservazione e controllarne la circolazione. Parallelamente furono rafforzati i controlli nei porti e alle frontiere per contrastare il traffico illecito di reperti archeologici.
Grazie a queste iniziative il Regno delle Due Sicilie si collocò tra gli Stati europei più avanzati nella protezione del patrimonio storico e archeologico, anche rispetto alle iniziative legislative approvate dopo l’Unità d’Italia.
Un’eredità che ancora oggi continua a vivere nei grandi musei, nei parchi archeologici e nelle istituzioni culturali che custodiscono la memoria delle città vesuviane.
A quasi tre secoli dalla riscoperta di Ercolano, Pompei e degli altri siti archeologici delle Due Sicilie il patrimonio archeologico del Sud Italia continua a raccontare non soltanto la storia antica greco-romana, ma anche quella di una dinastia che comprese, prima di molti altri, come il patrimonio culturale costituisse una ricchezza collettiva da proteggere, studiare e tramandare alle generazioni future.